Definirlo semplicemente un produttore sarebbe riduttivo. Emidio Pepe è stato un contadino, un artigiano e soprattutto un uomo capace di difendere le proprie convinzioni quando il mercato e buona parte del mondo del vino sembravano andare in una direzione completamente diversa.
La prima bottiglia nel 1964
La storia vitivinicola della famiglia Pepe era iniziata già alla fine dell’Ottocento, quando il nonno produceva vino destinato prevalentemente alla vendita sfusa. Fu Emidio, nel 1964, a decidere di imbottigliare per la prima volta il vino prodotto sulle colline di Torano Nuovo.
In quegli anni il Montepulciano d’Abruzzo veniva considerato soprattutto un vino semplice, da consumare giovane oppure da utilizzare per dare colore e struttura ad altri vini. Pepe intuì invece che quelle uve, se coltivate con attenzione e lasciate maturare lentamente, avrebbero potuto produrre vini profondi, eleganti e capaci di affrontare lunghissimi periodi di affinamento.
Cominciò così a conservare una parte delle bottiglie di ogni vendemmia. Una scelta che molti, all’epoca, giudicarono poco razionale. Il tempo gli avrebbe dato ragione: alcune delle sue vecchie annate sono oggi considerate testimonianze fondamentali della storia del vino italiano.
Il tempo come ingrediente del vino
Per Emidio Pepe il tempo non era semplicemente un periodo da attendere prima della vendita. Era un vero e proprio ingrediente del vino.
Il suo obiettivo non era costruire vini potenti o immediatamente riconoscibili, ma permettere al Montepulciano e al Trebbiano d’Abruzzo di sviluppare lentamente il proprio carattere. La cantina destinata all’invecchiamento fu infatti una delle prime strutture realizzate nell’azienda di famiglia.
Il vino veniva lasciato affinare in bottiglia senza filtrazioni. Per le annate più vecchie, la famiglia ha sviluppato una meticolosa pratica di decantazione: le bottiglie vengono aperte una per una, separate dal deposito naturale, controllate, colmate con vino della stessa annata e nuovamente tappate.
Un lavoro paziente e quasi invisibile, che racconta meglio di qualsiasi slogan l’idea di qualità portata avanti da Casa Pepe.
Una viticoltura artigianale e controcorrente
Anche in vigna e in cantina Emidio Pepe ha seguito una strada personale. Raccolta manuale, interventi ridotti al minimo, fermentazioni spontanee e un rapporto diretto con ogni fase della produzione hanno caratterizzato il suo metodo fin dalla prima vendemmia.
Le uve bianche vengono ancora oggi pigiate con i piedi nelle vasche di legno, mentre i grappoli di Montepulciano vengono diraspati manualmente su apposite reti. Le fermentazioni avvengono in piccole vasche di cemento vetrificato, considerate un contenitore neutro, capace di accompagnare il vino senza modificarne l’identità.
Non si trattava di conservare gesti antichi per nostalgia. Per Pepe, la manualità rappresentava il modo più preciso e delicato di lavorare l’uva. Molte delle pratiche oggi associate alla viticoltura naturale, biologica o biodinamica facevano già parte del suo modo di interpretare l’agricoltura, nato dall’osservazione della terra e dal rispetto dei suoi cicli.
Il riscatto del vino abruzzese
Il contributo di Emidio Pepe non riguarda soltanto le bottiglie che portano il suo nome. La sua esperienza ha modificato la percezione dell’intera viticoltura abruzzese.
Attraverso il suo lavoro, il Montepulciano d’Abruzzo ha mostrato di poter raggiungere livelli di complessità e longevità paragonabili a quelli dei grandi vini italiani e internazionali. Anche il Trebbiano d’Abruzzo, spesso considerato un bianco semplice e quotidiano, ha dimostrato di poter evolvere per decenni, acquistando profondità senza perdere freschezza ed energia.
Quando queste convinzioni erano tutt’altro che diffuse, Pepe continuava a presentare i suoi vini in Italia e all’estero, portando con sé non soltanto delle bottiglie, ma un modo diverso di raccontare l’Abruzzo: non come territorio marginale, ma come luogo capace di esprimere vini autentici e irripetibili.
Un’eredità che continua in famiglia
Negli ultimi anni la gestione dell’azienda era già passata progressivamente alle nuove generazioni. Le figlie Sofia e Daniela e le nipoti Chiara ed Elisa hanno assunto ruoli centrali nella conduzione dei vigneti, nelle vinificazioni, nell’amministrazione e nell’accoglienza.
L’eredità lasciata da Emidio Pepe non è quindi soltanto una cantina, un archivio di vecchie annate o un metodo produttivo. È una visione agricola costruita attraverso il lavoro quotidiano e trasmessa all’interno della famiglia.
Una visione nella quale innovare non significa necessariamente cancellare ciò che esisteva prima, ma comprenderlo e farlo evolvere. Nella quale il valore di un vino non dipende dalle mode, dalla tecnologia o dalla velocità con cui arriva sul mercato, ma dalla sua capacità di raccontare un luogo e attraversare il tempo.
“Manteniamoci giovani”
Tra le espressioni legate alla figura di Emidio Pepe ce n’è una che sintetizza bene il suo carattere: “Manteniamoci giovani”. Era il saluto che rivolgeva ai clienti, pronunciato con la sua inflessione abruzzese.
Oggi quelle parole sembrano descrivere anche i suoi vini: bottiglie capaci di invecchiare per decenni conservando vitalità, energia e identità.
Con la morte di Emidio Pepe il vino italiano perde uno dei suoi interpreti più coerenti e rivoluzionari. Resta il lavoro di un uomo che, partendo dalle colline di Torano Nuovo, ha contribuito a cambiare per sempre il modo di guardare al vino abruzzese.
Alla famiglia Pepe e a tutte le persone che hanno condiviso con lui questo lungo percorso vanno le condoglianze della redazione di Scuola di Degustazione.